And now, the end is near - And so I face the final curtain
I've lived a life that's full - I traveled each and every highway
And more, much more than this - I did it my way
Regrets, I've had a few - But then again, too few to mention
I did what I had to do - And saw it through without exemption
Yes, there were times, I'm sure you knew - When I bit off more than I could chew
But through it all, when there was doubt - I ate it up and spit it out
For what is a man, what has he got? - If not himself, then he has naught
To say the things he truly feels - And not the words of one who kneels
The record shows I took the blows - And did it my way
La vita è una funzione.
Non nel senso poetico da citazione Instagram. Ma nel senso proprio, matematico. Hai un insieme di variabili: energia, tempo, relazioni, stimoli, denaro, quiete, avventura. E la tua vita, in ogni istante, è un output che dipende da tutte queste cose insieme.
Una funzione multivariabile impossibile da ottimizzare tutta intera.
Quindi la domanda che mi faccio (spesso, troppo spesso per essere sano) non è "come massimizzare la mia vita?". È più specifica: in quale direzione voglio muovermi adesso?
In analisi si chiama derivata direzionale. Non studi come cambia la funzione in assoluto. Studi come cambia lungo un vettore specifico, in una direzione che scegli tu.
Puoi stare sullo stesso punto della tua vita e chiederti: se mi muovo verso più conoscenza, cosa guadagno? Se mi muovo verso più tranquillità? Verso più sport?
La risposta cambia. Ovviamente. E cambia anche la domanda giusta da farsi, a seconda del periodo.

Val di Mello: la direzione della quiete.
Certi periodi studio come un ossessionato, esco poco, leggo tanto, scrivo. Massimizzare la conoscenza, in quel periodo, ha senso per me. Altre volte sono saturo, e massimizzare la conoscenza a quel punto è come versare acqua in un bicchiere pieno: perdi tutto. Allora mi fermo. Massimizzare la quiete non è pigrizia come spesso la società ci porta a pensare, piuttosto è autoconsapevolezza.
Il problema non è capire cosa massimizzare. Il problema è che c'è gente convinta che la tua funzione debba avere la stessa forma della loro.
Qui entra Kant. L'ho letto male, probabilmente. Per quel poco che ho letto. Sono (da sempre e per sempre) un ignorante con le migliori intenzioni. Ma quello che ho portato a casa è questo: criticare, nel senso kantiano, non ha un'accezione negativa.
Criticare significa analizzare, scomporre, capire i fondamenti di qualcosa. È un atto intellettuale, non un giudizio morale. È chiedersi perché una cosa funziona, non se sia giusta o sbagliata per tutti.
Quello che vedo invece, ogni giorno, è la versione opposta. La critica come sentenza. Come se tu, con la tua funzione, con le tue variabili, con il tuo stato interno in questo preciso momento storico della tua vita, potessi permetterti di sentenziare sulle derivate altrui.
Non puoi. Matematicamente non puoi.
Se voglio massimizzare gli stimoli intellettuali, mi sposto dove posso farlo. Ad esempio una città, un ambiente, persone specifiche. Se invece voglio massimizzare il tanto vituperato Dolce Far Niente (parola cringissima che ho inserito solo per fare capire il concetto e mi scuso con me stesso per averlo fatto), mi sposto dove posso farlo: una città diversa (non migliore, non peggiore), un ambiente diverso (non migliore, non peggiore), persone diverse (non migliori, non peggiori).
Due scelte, due funzioni, due vettori direzione probabilmente ortogonali. Non confrontabili. Non pesabili sulla stessa bilancia. Eppure...
"Ma come si fa a vivere senza mare?"
Boh. Come fai tu a vivere senza prospettive? Come fai tu a mettere sulla stessa bilancia un solido e un vapore?
Non si fa. Fisicamente, letteralmente, non si fa. Si usano strumenti diversi, si misurano grandezze diverse. Solo che quando parliamo di preferenze di vita, di scelte, di dove vivere e con chi e perché, dimentichiamo questa cosa elementare e cominciamo a fare la guerra sul cosa sia meglio.
Stupido. Futile. Sia il concetto che tu che lo metti in atto.

C'è però una categoria che mi affascina ancora di più. Non chi giudica le derivate altrui. Quello alla fine è solo rumore di fondo. Chi mi colpisce davvero è chi non ha mai scelto la propria. Che poi sono gli stessi che giudicano la derivata altrui, WOW!
Quelli che a trent'anni parlano dei 1600 al mese come se fossero una vittoria, della tredicesima come se fosse un regalo (non lo è: è il tuo stipendio spalmato male, che c***o). E poi si tatuano amor fati. Ama il tuo destino. Bellissimo.
Peccato che il destino lo abbiano subìto come uno schiaffo da un taglialegna con la mano gigante. Scelto? Il destino? Manco per idea. E chiamarlo fato è il modo più carino e inclusivo verso loro stessi che hanno trovato per non farci i conti.
Camus diceva che bisogna immaginare Sisifo felice. Ma Sisifo sa di spingere il masso. Sa di essere condannato. E lo fa lo stesso, con piena coscienza. Il problema non è la roccia: il problema è non accorgersi che ce l'hai sulle spalle.
Penso troppo a queste cose? Probabilmente sì. Mi sento superiore? Forse anche. Ma più che superiorità, è una specie di vertigine: come si fa a non chiedersi come si sta vivendo?
Quindi. Io, la derivata che cerco di massimizzare più di tutte, è l'intenzionalità.
Non è una dimensione come le altre. È il coefficiente che moltiplica tutte le altre.
Puoi massimizzare la conoscenza intenzionalmente o per abitudine passiva. Puoi riposare intenzionalmente o per default. La differenza è enorme, anche se l'output sembra uguale.
Sarei uno schiavo se non lo facessi. La vita è breve, questo lo sanno e dicono tutti, nessuno ci crede davvero, o magari non se ne rende veramente conto. E quindi 'sta vita va sia assecondata che comandata.
Assecondarla significa non combattere quello che sei e quello che vuoi. Comandarla significa non lasciarti trascinare dal vettore di default, quello che qualcun altro ha scelto per te.
Non significa buttarsi allo sbaraglio. Significa l'opposto: sapere dove stai andando, anche quando decidi di stare fermi.

La domanda che arriva sempre, dopo che parli di intenzionalità, è questa: ok, ma concretamente?
Concretamente.
Ho pensato a questa parola per un po'. Perché l'intenzionalità sembra una di quelle cose che capisci a parole e poi non sai dove mettere. Come la resilienza, come il mindset, come tutte le parole che hanno perso il significato a forza di essere usate da chi non ci ha mai fatto i conti davvero.
Però una risposta ce l'ho. Sono tre cose in loop.
Tutto parte da qui, ed è più piacevole di quanto pensi.
Viviamo in un sistema progettato per non farti annoiare mai. C'è sempre uno scroll da fare, una storia da guardare, un podcast da ascoltare mentre cammini, una serie mentre mangi, una notifica mentre lavori. Il rumore è continuo, e il rumore è comodo perché riempie lo spazio in cui altrimenti dovresti sentirti. Io voglio essere pieno di stimoli, ma di stimoli che vengono da dentro e non da fuori.
La noia fa paura perché nel silenzio emergono le cose vere. Cosa vuoi davvero? Cosa stai rimandando? Cosa ti pesa? La noia è una diagnosi che non costa 70€/ora. Se non ti annoi mai, non sai mai cosa stai scegliendo di massimizzare: stai solo reagendo a stimoli che qualcun altro (un complesso, probabilmente) ha scelto per te.
Quindi siediti. Fissa il soffitto. Resisti all'impulso di prendere il telefono. È scomodo, lo so, e passa. Oppure, passati il tempo con elementi che non creino input (insomma: cose senza batterie e display).
Dentro la noia, se la reggi, arriva un momento di lucidità. Cominci a vedere la distanza tra quello che pensi di volere e quello che stai effettivamente facendo.
Questa distanza è la cosa più importante da misurare, ed è anche quella che misuriamo meno. Perché misurare significa giudicarsi, e giudicarsi forse è pesante. E quindi si evita. Subito si rimanda l'atto di consapevolezza.
Rendersi conto significa guardarsi senza l'avvocato difensore interno. Quella settimana in cui dicevi di voler scrivere: hai scritto? Quel progetto che "stai per iniziare" da tre mesi: cosa aspetti? Non te lo chiedo io, te lo chiedi tu, da solo, in quel silenzio scomodo che hai costruito nel punto precedente.
Il rendersi conto non produce automaticamente un cambiamento. Produce consapevolezza. E la consapevolezza è il materiale con cui costruisci tutto il resto, compreso il cambiamento.
Allenarti a essere intenzionale significa riconoscere che dentro di te c'è una parte che vuole il vettore di default. Sempre. La parte che campa d'inerzia. Quella parte è potente perché è la più antica. Il cervello ama l'abitudine, ama il noto, ama non fare fatica.
Combattersi significa scegliere il tuo vettore anche quando il vettore di default è più caldo, più accettato, più comodo.
Non una volta, con la musica motivazionale in sottofondo. Ogni giorno, senza applausi, spesso senza risultati visibili nell'immediato.
Che poi, combattersi non vuol dire torture e sacrificio. Puoi scegliere intenzionalmente di stare sul divano a girarti i pollici. Puoi scegliere intenzionalmente una serata a non fare niente. Puoi scegliere intenzionalmente di svegliarti e stare mezz'ora a letto. La differenza tra quello e il vettore di default è che lo scegli tu, con piena coscienza, perché è quello che vuoi adesso. Sisifo felice, appunto, ma con gli occhi aperti.
Poi ricomincia. Ti riempi di rumore, perdi il filo, smetti di sentirti per un po'. Succede. Poi ti annoi di nuovo, ti rendi conto di nuovo, ti combatti di nuovo. Ogni giro sei leggermente più calibrato del precedente. E questa è la vita.
Ieri sono andato in Val di Mello con due amici, un posto arroccato come si dice a Palermo.
Telefono senza segnale per sei ore. Cinquanta persone viste in tutto, non diecimila. Quattro conversazioni, non sessanta. Due o tre opinioni su ogni cosa, non il feed infinito di posizioni contrastanti che il mondo intero ha su qualsiasi argomento in qualsiasi momento.
Abbiamo camminato pensando a camminare, parlato pensando a parlare, mangiato pensando al cibo. La giornata aveva una dimensione umana, la dimensione per cui il cervello è stato effettivamente costruito, evolutivamente parlando. Non siamo stati progettati per processare diecimila stimoli al giorno. Lo facciamo perché possiamo, non perché ci faccia bene.
È stata una scelta intenzionale, quella giornata. Almeno personalmente. Siamo andati perché volevamo stare bene in quel modo preciso, con quella precisione di contesto, con quella riduzione volontaria del rumore.

E questo, alla fine, è tutto quello che c'è da dire. Non c'è una funzione giusta da massimizzare. C'è solo la tua, in questo momento, con le tue variabili.
Chiunque ti dica il contrario sta confondendo la propria derivata con un assioma universale, insomma è un co****ne.
With , Alberto.
Back to ideas